domenica, luglio 01, 2012
Il “caso” delle streghe di Triora getta luce sul diverso approccio che la giustizia secolare e quella inquisitoriale erano soliti seguire nei confronti del fenomeno della stregoneria, smentendo alcuni luoghi comuni sulla controversa tematica del rapporto tra Inquisizione e caccia alle streghe

di Bartolo Salone

E’ storicamente provato che, nel periodo della cosiddetta “caccia alla streghe” (che imperversò in Europa tra il XV e il XVIII secolo), nei Paesi in cui era presente l’Inquisizione cattolica si ebbero molte meno vittime che negli altri Paesi in cui la repressione della “stregoneria” venne lasciata ai tribunali secolari. Ne ho già parlato in un precedente articolo, riportando i dati di una recente ricerca, frutto del contributo di una nutrita equipe di studiosi di 28 diverse nazionalità, confluita nella “Enciclopedia della stregoneria, la Tradizione occidentale” (dati pressoché analoghi a quelli avvalorati dal “Simposio internazionale sull’Inquisizione”, tenutosi in Vaticano nell’ottobre del 1998, i cui atti costituiscono una preziosa fonte per chi volesse approfondire la storia di questa controversa istituzione). Le ragioni di questa maggiore attenzione dei tribunali dell’Inquisizione andrebbero ricercate, secondo gli storici, nella spiccata cultura dei giudici-inquisitori (giuristi e teologi impregnati di pensiero scolastico) che li portava ad essere scettici di fronte alle dicerie del popolo, nell’attenzione rivolta all’attività istruttoria, nello scrupolo riposto nell’osservare le regole e nel far rispettare le garanzie procedurali (ovviamente secondo gli standard della civiltà giuridica dell’epoca), nella parsimonia con cui veniva utilizzato lo strumento della tortura (a cui i tribunali “laici” erano invece soliti ricorrere con una frequenza decisamente maggiore).

Per comprendere questo aspetto, potrà essere utile rievocare brevemente la vicenda delle streghe di Triora, millenario borgo di montagna del Ponente ligure, in cui si è svolto il più grande processo per stregoneria mai celebratosi in Italia (fonte "Triora, Anno Domini 1587. Storia della stregoneria nel ponente Ligure"di I. E. Ferrario). Ebbene, il “caso” Triora è paradigmatico del diverso approccio che da un lato l’Inquisizione cattolica (nella specie, romana) e dall’altro le autorità laiche avevano nel rapportarsi e nel reagire al fenomeno stregonesco. Prima di procedere oltre però va fatto un doveroso chiarimento: nel periodo considerato (siamo in pieno Rinascimento) le credenze magiche e stregonesche erano molto radicate non solo presso il popolo, ma anche presso gli uomini di cultura; anzi, non è esagerato affermare che la stregoneria fosse parte del pensiero “progressista” dell’epoca. Le stesse credenze continuarono ad imperversare, del resto, per tutto il Seicento (il secolo della Rivoluzione scientifica), non risparmiando personalità del calibro di Cartesio, Bacone, Newton. Non dobbiamo quindi meravigliarci che in quegli anni fosse diffusa a tutti i livelli la convinzione che alcune persone, in combutta col demonio, avessero realmente il potere di far del male agli altri e che questa credenza non avesse risparmiato perfino uomini di Chiesa, benché una serie ininterrotta di Concili nel Medioevo avesse rigettato tale credenza (derivante dal paganesimo) come stolta idolatria. Va poi osservato – a scanso di ulteriori equivoci – che, anche se formalmente non era mutata la dottrina fissata nei precedenti Concili, la Chiesa si interessava di streghe e stregoni in quanto la stregoneria costituiva comunque un’eresia e realmente vi erano uomini e donne che praticavano la magia nera e si dilettavano nelle “arti” demoniache (accade ancor oggi, del resto, come le cronache su satanisti e sette puntualmente dimostrano).

Che cosa accadde dunque a Triora? Tutto cominciò nell’estate del 1587, quando si abbatté sulla cittadina (allora podesteria di Genova, da cui dipendeva politicamente) una violenta carestia, che ridusse alla fame la popolazione. Alcune donne della periferia furono ritenute responsabili e accusate di stregoneria dal Parlamento locale con il beneplacito del Consiglio degli Anziani e del Podestà. Giunsero i due primi inquisitori per l’inchiesta e furono compiuti alcuni arresti: delle prime venti donne incarcerate due persero la vita, una signora sessantenne e un’altra donna, precipitata sul suolo mentre tentava di evadere, calandosi dalla finestra del carcere. Le accuse però continuavano a salire, al punto da coinvolgere alcune nobildonne del paese (cosa che suscitò le rimostranze del Consiglio degli Anziani, il quale inizialmente aveva dato il suo avallo al processo). Ad ogni modo, per il repentino allargarsi delle accuse i due inquisitori non riuscirono a concludere l’inchiesta, facendo ritorno da Triora nel gennaio del 1588. Il processo entrò così in una situazione di stallo, che neppure l’invio di un terzo inquisitore riuscì a sbloccare.

A questo punto il potere temporale, visto che l’intervento di ben tre inquisitori si era dimostrato inconcludente, decise di prendere in mano la situazione. Fu così inviato da Genova il commissario speciale Giulio Scribani, già Pretore a San Romolo, paese dell’entroterra di San Remo. Per prima cosa lo Scribani trasferì nelle carceri genovesi tredici donne e il solo uomo (talvolta toccava anche agli uomini essere accusati di stregoneria) che giacevano nelle carceri trioresi. In secondo luogo avviò una vera e propria caccia alle streghe con nuovi arresti, torture e condanne a morte. La condotta spietata dello Scribani suscitò parecchie perplessità, al punto che Genova decise di affidare la revisione del processo all’uditore e consultore Serafino Petrozzi, poi affiancato da altri due giureconsulti. I nuovi revisori, tuttavia, si dichiararono concordi con l’operato dello Scribani, riuscendo a convincere infine anche il Petrozzi, che aveva inizialmente manifestato dei dubbi sulla competenza del commissario speciale in materia di reati connessi alla stregoneria (materia che – a rigore – sarebbe stata di esclusiva competenza dell’Inquisizione). Lo Scribani si sentì così autorizzato a proseguire: a Triora e nei borghi confinanti come Andagna, Bajardo e Montalto Ligure si registrarono ancora numerose morti di innocenti.

La “caccia” terminò solo quando l’Inquisizione riuscì a riprendere nelle sue mani la situazione. Per prima cosa, lo Scribani per il suo operato scellerato (e illegale) subì la scomunica da parte dell’Inquisizione stessa (scomunica rimessagli poi, per intervento del Doge, il 15 agosto 1589). Quindi, i cardinali Sauli e quello di Santa Severina fecero giungere per la prima volta l’ordine di chiudere i processi. Nella loro missiva, le streghe di Triora venivano chiamate significativamente “sudditi della Signoria”, con l’evidente intento di restituire, almeno a parole, dignità alle innocenti. Era il 28 aprile 1589. L’ordine rimase però inascoltato fino al 28 agosto, allorché il cardinale di Santa Caterina confermò la volontà dell’Inquisizione di chiudere i processi. A quel punto le prigioniere furono scarcerate e la parola fine fu posta a sigillo dell’intera vicenda.

Quest’episodio mostra chiaramente cosa subirono la stragrande maggioranza delle vittime per stregoneria quando l’Inquisizione non aveva la possibilità di intervenire e getta luce proprio sulle prassi e sui metodi della giustizia inquisitoriale, certo antiquati e per alcuni aspetti brutali se confrontati con quelli della giustizia moderna, ma comunque all’avanguardia per l’epoca storica considerata.

Sono presenti 10 commenti

Anonimo ha detto...

Balle. Balle e balle... Furono proprio gli inquisitori a fomentare sospetti sopra sospetti... Ma per carità.

Anonimo ha detto...

Ma non è stato il più grande processo!!!!
Studiare prima di scrivere.
Mario

fabietto ha detto...

Ringraziando i nostro cortesi lettori per l'interesse e i commenti, avviamo che siamo costretti a togliere tutti i commenti offensivi, compresi quelli in cui viene volutamente storpiato il nome dell'autore dell'articolo

Anonimo ha detto...

Io ho letto gli articoli precedenti e non c'era assolutamente nessuna offesa ne nessuna storpiatura. E' una pura censura di articoli sgraditi che invece erano molto interessanti dal punto di vista storico.
Adele.

Anonimo ha detto...

Scrivere Bortolo al posto di Bartolo non mi pre un'offesa e attaccarsi su queste cose mi pare vermaente ridicolo... Avete mai sentito un prete albanese dire messa? Ghesù al posto di Gesù... che facciamo lo censuriamo?
Mario
(grazie Adele per la segnalazione)

fabietto ha detto...

Non potete accusarci di alcuna censura: nel precedente articolo abbiamo pubblicato tutti i commenti inviati, anche se con evidenti offese all'autore (chiamare don Bortolo l'autore, che è un laico, non le sembra una presa in giro?). Ogni commento (che, mi scusi la sottolineatura, è ben diverso da un articolo) verrà pubblicato senza problemi se corretto e non offensivo.
Cordiali saluti

Anonimo ha detto...

Si, si può accusarvi di censura. GLi articoli tagliati non erano offensivi per nulla. Poi vengono tagliati da chi? Fabietto? E chi è? Non si presenta non si sa chi è... mah. Don Bortolo nace poi dal fatto che uno nel primo post lo aveva scritto e l'errore si è trascinato. Ma anche se fosse "ironico" quale offesa c'è? Non siete i primi a dovere perdonare i peccati degli altri, altro che censurare... E' censura bella e buona. Punto.

fabietto ha detto...

Sono Fabio Vitucci, caporedattore del giornale, nonchè vice-direttore. Nelle schede della redazione trovate tutti i miei dati e i miei riferimenti. "Fabietto" è semplicemente il mio account blogger.
Potete inserire nuovamente gli stessi commenti precedenti togliendo semplicemente nomi sbagliati e offese gratuite. E poi, visto che forse non è chiaro, vi spiego che siamo un giornale di tutti laici: d'ispirazione cattolica sì, ma non siamo l'organo di stampa di nessuno.
Per il resto, se permette, siamo responsabili sia dei contenuti degli articoli che dei commenti che appaiono sul nostro giornale. Se vuole scrivere e pubblicare senza alcuna moderazione, si apra un suo blog.
Spero che ora si smettano futili polemiche e si possa avere un confronto costruttivo. Io eviterò di rispondere oltre.
Cordiali saluti

Anonimo ha detto...

Raccontiamo i fatti come stanno? Ecco allora:

Dopo la carcerazione delle prime "streghe" ad ottobre giunsero nel paese due inquisitori ecclesiastici, uno dal S.Uffizio in Genova, l'altro inviato del vescovo di Albenga: i processi vennero condotti (dopo LAVAGGIO e DEPILAZIONE corporale alla ricerca del demoniaco STIGMA o segno -insensibile ai tormenti- del patto col diavolo) colla tortura, compresa trazione su cavalletto o eculeo, tratti di corda, applicazione del fuoco alle piante dei piedi, digiuno e veglia a tempo indeterminato.

Una lettera degli Anziani, coreggenti di Triora col Podestà forestiero, condannò le delazioni segrete, la ferocia degli uomini del borgo , gli Inquisitori ecclesiastici e le vessazioni su donne anche anziane; la lettera (di Triora, 13-I-1588) a Doge e Governatori di Genova si conclude alludendo ai patimenti di alcune poverette [Arch. di Stato di Genova, Lettere al Senato, n.537

Il fatto che ad un certo punto sia il potere temporale che ecclesiastico iniziassero, verso la fine, a ridimensionare i fatti che essi stessi avevano spinto prima... si deve solo alla situazione sociale. Non alla volontaà degli ecclesisastici o dell'inquisizione. Santa.

Ernest

Altro che quello che viene riportato nell'articolo del sig. Bartolo Salone.

GIOVANNI MARIA LUPINO ha detto...

E'CAMBIATO IL COLORE DEL FARE..,,,CRIMINI E MORTE.... MENTRE NON SONO CAMBIATE I PROGRAMMI DELLE STESSE CATTIVERIE, SIAMO ALL'ANNO 2012, I CRIMINI DEL VATICANO CON I SUOI SEGUACI OPS DEI, SONO SEMPRE CARICHI D'IGNORANZA E FROTTOLE, ESSI SONO STRUPATTORI E TRUFFATORI DEI DIRITTI UMANI

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