lunedì, dicembre 22, 2014
La “lectio magistralis” sui Dieci Comandamenti, tenuta da Roberto Benigni il 15 e il 16 dicembre e seguita in diretta da più di dieci milioni di telespettatori, segna una momento di grande approfondimento culturale – oltre che di intrattenimento – e conferma la perdurante attualità di quelle “dieci parole” che, donate da Dio, non hanno mai smesso di parlare all’umanità. Tuttavia, il premio Oscar sembra inciampare sul sesto comandamento (“Non commettere adulterio”), divenuto nella tradizionale catechesi cattolica “Non commettere atti impuri”. 

di Bartolo Salone

Sebbene Benigni ci abbia messo molto del suo, spesso indulgendo in interpretazioni puramente personali – cosa a dire il vero comprensibile e, in parte accettabile, per un artista che si accosti ad una materia così particolare – apprezzabile, e in larga parte riuscito, mi sembra sia stato lo sforzo di entrare nello “spirito” dei singoli Comandamenti – i soli, secondo la testimonianza biblica, ad essere stati scritti direttamente da Dio con il suo dito (mentre gli altri precetti della Legge antica sarebbero stati scritti da Mosé sotto dettatura dall’alto) – con un’attenzione peculiare alla dimensione dei valori che si celano dietro la “lettera” del comando, cioè dietro l’aspetto esteriore e giuridico della norma divina.

Particolarmente suggestiva, e molto apprezzata dal pubblico, è stata la spiegazione del settimo comandamento (Non rubare), che, in piena sintonia con la dottrina sociale della Chiesa, finisce col ricomprendere, oltre che il furto in senso stretto, tutte le altre forme di spreco e di gestione iniqua dei beni della terra e del lavoro dell’uomo, al punto che la disoccupazione medesima – questo grande male dei giorni presenti – può essere considerata, come ci ricorda brillantemente Benigni, “il furto di una vita”.

Alquanto riduttiva e in alcuni punti deludente, invece, la spiegazione del sesto comandamento, nella quale sembrerebbe al contrario essere prevalso, quantomeno in alcuni punti, un approccio formalistico e “letterale” che, a mio modo di vedere, non rende giustizia del significato più autentico e profondo del precetto divino, quale invece viene messo in risalto dalla costante Tradizione della Chiesa, che al sesto comandamento riconduce il mistero della sessualità umana, globalmente considerato, che si esprime primariamente, appunto, nella dimensione coniugale.

In buona sostanza Benigni ha rassicurato il pubblico che la castità – quella virtù che i preti si trasmetterebbero di padre in figlio e che a suo dire sarebbe bene praticare con moderazione – non ha nulla a che vedere col sesto comandamento, che recita “Non commettere adulterio”, mentre la Chiesa l’avrebbe trasformato in “Non commettere atti impuri”, così facendo diventare sesso e peccato sinonimi e rovinando intere generazioni di ragazzi (allusione alle prime turbe adolescenziali). E invece, assicura il comico, la masturbazione non è peccato, perché ad essere proibito dal comandamento è piuttosto l’adulterio. “Roba da fare causa alla Chiesa”, conclude Benigni, poiché “nella bibbia il sesso è l’opposto, il sesso è il luogo della creazione”. Dal canto suo, l’adulterio, benché sia tanto diffuso ai nostri giorni – continua il comico – rimane peccato. E non si tratta di una proibizione formale, fine a sé stessa: proibendo l’adulterio, Dio ha inteso “difendere l’amore”. Qui sta il senso di tutto il comandamento.

L’approccio seguito da Benigni è senza dubbio suggestivo e al tempo stesso efficace. Tuttavia, alcune affermazioni risultano estremamente semplicistiche e altre infelici, tali invero da indurre in errore gli ascoltatori inesperti circa il modo in cui la Chiesa in realtà concepisce – in piena armonia col dato biblico – il valore della castità e il senso della sessualità nella sua piena integrazione con la sfera della umana personalità.

Innanzitutto, va sfatato un luogo comune, che ricorre talora in pubblicazioni ostili alla Chiesa e al suo insegnamento: l’idea che la Chiesa abbia manipolato nel corso dei secoli il Decalogo (lo stesso Benigni parla di “falsificazione” a proposito del sesto comandamento, trasformato, come ci ricorda, da “Non commettere adulterio” in “Non commettere atti impuri”). In realtà, la “versione” dei Comandamenti è sempre quella riportata nella Bibbia (e precisamente nei libri dell’Esodo e del Deuteronomio), anche se dal XV secolo nella Chiesa è invalso l’uso di elaborare delle formule che, in forma sintetica e di facile memorizzazione, esprimessero i precetti del Decalogo, ovviamente riletti alla luce del messaggio cristiano. Non si tratta di “altri” comandamenti, ma di semplici formule catechistiche per l’iniziazione cristiana, la cui funzione è semplicemente quella di esporre ai fedeli l’insegnamento morale del Decalogo come “attualizzato” alla luce del Vangelo.

Da questo punto di vista, la formula catechistica tradizionale “Non commettere atti impuri” (o “Non fornicare”, che fa riferimento agli atti sessuali tra un uomo e una donna liberi, non uniti in matrimonio) vale a mettere in evidenza che l’esigenza morale – di difesa dell’amore e in particolare dell’amore coniugale – sottesa al sesto comandamento non si esaurisce nell’adulterio, essendo diverse le forme di offesa all’amore realizzabili dall’essere umano contro il disegno voluto dal Creatore.

E’ lo stesso insegnamento di Gesù a muoversi in questa direzione, quando, nel discorso della montagna (cfr. in particolare Mt 5, 27-31), radicalizzando le istanze etiche sottese al sesto comandamento contro una lettura formalistica che si fermava alla “lettera” del precetto, ricomprende – nella comune condanna – il desiderio carnale verso una donna sposata (quale adulterio del cuore) e il divorzio (quale adulterio legale). Ma proprio perché l’amore coniugale, che la Legge di Dio intende difendere, è amore che comporta l’esercizio della sessualità, la Tradizione della Chiesa ha considerato il sesto comandamento come inglobante l’insieme della sessualità umana.

La sessualità – recita il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2337) – “diventa personale e veramente umana allorché è integrata nella relazione da persona a persona, nel dono reciproco, totale e illimitato nel tempo, dell’uomo e della donna”. E questa piena integrazione della sessualità nella persona, in cui si esprime il valore e al tempo stesso la virtù della castità, si realizza appunto nell’unione coniugale. Ne consegue che qualsiasi espressione della sessualità umana al di fuori di una dimensione autenticamente coniugale, caratterizzata dalla integralità del dono di sé, contrasta con il sesto comandamento, poiché contraddice apertamente il disegno di Dio sull’amore. Questo è quel che accade anche con la masturbazione, in cui la sessualità è ricercata al di fuori della “relazione sessuale richiesta dall’ordine morale, quella che realizza, in un contesto di vero amore, l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana” (Congregazione per la Dottrina della Fede, dich. Persona humana): ossia al di fuori, cioè, della relazionalità uomo-donna, così contraddicendo il significato più autentico della sessualità umana.

Non è dunque l’equivalenza sesso-peccato, che Benigni imputa ingenerosamente alla Chiesa, a condurre alla condanna della masturbazione, come di altre offese alla castità, bensì, ancora una volta, la difesa della verità integrale dell’amore. Quella verità che oggi si è tanto offuscata nel cuore degli uomini, in un’ epoca che tende a dividere l’amore dal sesso e il sesso dal matrimonio: tre dimensioni che, in una prospettiva biblica, prima ancora che cristiana, sono invece intimamente connesse e non separabili.


Sono presenti 5 commenti

andriun ha detto...

Buongiorno, sebbene il Catechismo come ricordato in quest'articolo, intenda con quella formula adottare una visione più ampia rispetto il testo ebraico a difesa dell'amore coniugale, resta incontestabile il fatto che si tratti di una interpretazione del testo originale. Sarebbe come dire dal momento che oggi viviamo in un'era decadente ed effeminata, che il nono comandamento fosse da intendere anche come "non desiderare l'uomo d'altri" lasciando intendere così con tale interpretazione, che anche la donna così come l'uomo è naturalmente dotata di tale capacità, ovvero che le consenta di discernere in merito a quel desiderio.

In verità Dio intende rivolgersi all'uomo, perchè sa bene che rivolgersi alla donna sarebbe del tutto inutile. Lui ci ha fatti secondo quanto riportato in queste sacre scritture e chi meglio di Lui ci conosce?

Quindi ribadisco che qualsiasi adulterazione anche se fatta fin di bene, del testo originale, va intesa come una perdita di autenticità rispetto al testo sacro, in quanto l'interpretazione in questo preciso caso, rischia di fallire proprio a causa della natura fallace che caratterizza l'essere umano.

Prof. Pietro Elia ha detto...

Ho pazientemente letto e riflettuto sul capitolo del catechismo dela Chiesa cattolica riguardo al 6 comandamento e trovo le riflessioni del Padre Sacerdote di cui sopra perfettamente in linea, mentre considero aberranti e superficiali le dichiarazioni di R.B.Suiquique suum, faccia l' attore e non il moralista che disorienta molti giovani e di cio'dovra' rendere conto a Dio.

Prof. Pietro Elia ha detto...

Ho pazientemente letto e riflettuto sul capitolo del catechismo dela Chiesa cattolica riguardo al 6 comandamento e trovo le riflessioni del Padre Sacerdote di cui sopra perfettamente in linea, mentre considero aberranti e superficiali le dichiarazioni di R.B.Suiquique suum, faccia l' attore e non il moralista che disorienta molti giovani e di cio'dovra' rendere conto a Dio.

Anonimo ha detto...

Se purtroppo un ragazzo non trova la sua anima gemella,E non intense farsi prete e' per questo condannato a non cercare almeno piacere con l'autoerotismo?

Michele Quaranta ha detto...

come si fa a condannare un erotismo inconsapevole come quello che avviene in sogno e comporta una polluzione o anche una masturbazione non voluta ma indotta? ci sono meccanismi del nostro corpo che governano l'apparato sessuale fuori del nostro controllo.

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